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No, il digiuno no..

Che le carceri italiane siano sovraffollate, disumane e svuotate dal loro valore rieducativo é un fatto chiaramente riscontrabile. Inoltre che la politica italiana sia indecente, insostenibile e insensata é anche condivisibile. Quindi decidere di essere direttamente coinvolti in una o più di queste cause e lottare per queste tramite l'azione nonviolenta é anche altamente condivisibile. Tuttavia utilizzare lo strumento dello sciopero della fame e invitare altri a fare lo stesso per proteggere queste cause lo ritengo errato e controproducente. Altre soluzioni possono essere adottate, tuttavia parlerò di queste alla fine del post. Riguardo al digiuno mi riferisco naturalmente all'habitué dei digiuni Marco Pannella e dell'ultima iniziativa dei radicali. Egli stesso, sul sito dei radicali si propone come: "nonviolento, Gandhiano", vediamo quindi se davvero segue questi principi cui dichiara ispirarsi.

Secondo diversi articoli pubblicati sul sito dei Radicali Italiani (notizie.radicali.it) quest'ultimo digiuno intrapreso da Marco Pannella ha come scopo l'attrarre l'attenzione su quattro temi principali: "l'istituzione di una commissione di inchiesta sullo stato della democrazia composta da accademici (almeno 13 sulla falsariga dei 13 che non giurarono fedeltà al fascismo)"; "la situazione della giustizia e delle carceri in italia, la possibilità di un'amnistia"; "una mozione per le armi di "attrazione" di massa da usare in Libia, Siria"; "iniziativa rivolta al PD per la questione dal PD abbandonata del sistema elettorale." (da 3 maggio 2011: Gli obiettivi di Pannella in sciopero della fame). Sul sito si legge anche che alcuni detenuti nel carcere di San Vittore avevano deciso di rifiutare il cibo in modo tale da unirsi alla protesta.

Innanzitutto Pannella si dimentica di alcuni principi Gandhiani base di qualsiasi azione nonviolenta, come ad esempio l'astenersi dall'Alcool e da altri intossicanti (ad esempio un sigaro) oppure il principio basilare di non portar rancore (vedi l'ultima intervista pubblicata su Repubblica). Ma anche delle altre 5 semplici regole che un qualsiasi sciopero della fame deve seguire per definirsi Satyagraha:
  1. Devi essere la persona giusta per il digiuno
  2. Giusta platea cui si rivolge il digiuno, uno dovrebbe digiunare solo contro una persona che si preoccupa del tuo benessere. Uno dovrebbe prima creare una relazione con la platea.
  3. Chiedere qualcosa che é sensato e raggiungibile.
  4. Il digiuno é l'ultima spiaggia dopo che ogni tentativo di comunicazione é fallito.
  5. L'azione di digiuno é coerente con il resto della tua campagna e della tua vita.
Quanti di questi principi stanno essendo infranti ora dall'azione di Pannella? Finché il digiuno riguarda solo Pannella credo che gli si possa contestare: il fatto che egli non abbia prima intrapreso una vera e propria 'relazione con la platea', che il digiuno non sia nemmeno stato usato come ultima spiaggia e, infine, che questo non é in totale coerenza con il resto della campagna e della sua vita (ad esempio perché, come già detto, egli non segue i principi base del Satyagraha).

Quando il digiuno si estende a decine o migliaia di persone la cosa si fa più grave poiché un'azione tale rompe immediatamente il primo principio e trasforma un'azione nonviolenta ad una sorta di coercizione al digiuno in diretta opposizione col Satyagraha stesso. Certo lo sciopero della fame é un'arma potentissima in mano ad un prigioniero, tuttavia egli deve essere preparato nelle tecniche di lotta ahimsa e non si può richiedere a qualunque persona di intraprendere un tale sacrificio.

Certo il problema delle carceri sovraffollate é un problema reale e terribile, ma allora cosa? Proprio questa settimana é uscito sul blog del Metta Center for Nonviolence (http://www.mettacenter.org/blog/hope-tank-in-the-tank) un articolo firmato da Michael Nagler nel quale egli stesso racconta della sua recente esperienza in prigione. Egli spiega come l'educazione é l'arma più potente contro il crimine egli menziona infatti nel Passaggio 1 (vedi sotto) che l'educazione porta ad un drammatico calo del tasso di recidivismo. In un paese (Stati Uniti d'America) in cui questo si aggira in media intorno al 70-73% l'inserimento di progetti educativi porta questo a calare intorno al 12-33%. Sono numeri che parlano chiaro. Dobbiamo guardare alla radice del problema non continuare a 'tappare i buchi'. Egli nel Passaggio 2 spiega come "se la nonviolenza 'offre dignità' e l'educazione é uno strumento potente per ricreare dignità, immagina il potere di un'educazione nonviolenta: e non solo per i tanti incarcerati, ma per tutti noi".

Certo l'idea di risolvere il problema in maniera sbrigativa rilasciando alcuni soggetti sembrerebbe buona se non per il fatto che il vero problema non sono coloro che uscirebbero ma noi, che siamo già fuori. Cosa ci si potrebbe aspettare da qualcuno, ora in carcere preventivo, che venisse rilasciato in attesa di giudizio? Che speranze di vita avrebbe questo? Certo se ha una famiglia potrebbe essere ospitato, ma se non ce l'ha? Non si ritroverebbe immediatamente in uno stato ancora più instabile? Dobbiamo guardare alla radice del problema e la radice é la mancanza della possibilità di scelta che deriva da un fattore sia fisico che educativo. Dobbiamo offrire un'alternativa concreta, inclusiva nella società, senza pregiudizi, con un obiettivo reale e raggiungibile a coloro che oggi sono rinchiusi nelle carceri. Bisogna spiegare a quelli che hanno scelto di ferire l'altro che alla violenza c'é sempre un'alternativa. Invece di rinchiudere persone in una gabbia e togliere loro ogni potere fisico ponendoci così 'superiori solo con la forza' (come disse qualcuno..) dobbiamo dare potere così da dare anche la capacità di scelta.

I media devono finirla di discriminare l'uomo che ha commesso il reo e di venerare il reo stesso. Bisogna dare un taglio a tutta la propaganda che ci circonda e che ci fa diffidare del prossimo cosí da giustificare misure restrittive. Iniziare il cambiamento dalle persone comuni e creare un senso di continuità fra il 'dentro' e il 'fuori' in cui l'individuo non si veda totalmente alienato da una vita che prima o dopo dovrà riprendere. Sono le iniziative lungimiranti che vedono le persone con uno scopo comune agire per il bene del luogo e delle persone stesse dove vivono che sono la soluzione per il problema delle carceri. Non da un lato piangerci addosso per queste gabbie di massa e dall'altro accusare coloro che sono all'interno di tutti i mali. Non intraprendere erronee azioni di disobbedienza civile non necessarie, ma solo dannose per il raggiungimento dell'obiettivo stesso e per ogni altra protesta che sfrutta in maniera legittima gli stessi metodi. Ma piuttosto un'educazione comune, progetti per abbattere le barriere (fisiche e mentali), queste sono le vere soluzioni nel lungo termine. In breve termine programmi d'inserimento dei detenuti nelle comunità già volenterose di agire in questo senso, il ripensamento del concetto e degli spazi del carcere o ad esempio il contatto diretto tra 'carcerati' e 'vittime'. Queste sono le soluzioni su cui dovremmo focalizzarci! 

Poi se parte dei detenuti si trova incarcerato per una legge sull'immigrazione ingiusta o altre questa é un'altra storia. Non si può unire obiettivi così diversi come l'uso della forza in Libia, carceri, legge elettorale tutto in una sola protesta. Ogni scopo deve avere la sua lotta, ciascuno deve essere libero di unirsi a ciascuna di queste cause indipendentemente dalle altre o da una tessera di partito, sennò il tutto diventa come al solito solo una manovra politica per accendere oggi i riflettori su qualcosa di diverso o per permettere ai media di giustificare ancora una volta l'uso della violenza prendendo ad esempio un erroneo esempio di Satyagraha, come quello di Pannella.


Passaggio 1: "They also knew that education — which we were engaged in — is a powerful antidote to crime (and other forms of violence).  Where the national recidivism rate hovers around 70-73%, among prisoners receiving degrees while incarcerated it drops to 12-33%; among the graduates of the program we were engaged in it drops to 2%."

Passaggio 2: "If nonviolence ‘offers dignity,’ and education is a powerful way to restore dignity, imagine the power of nonviolence education: and not only for those many whom we have incarcerated, but for all of us."
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